La Sindrome di Stoccolma è una condizione psicologica in cui si stabilisce un legame di dipendenza fra la vittima di un abuso ed il suo oppressore.

La sindrome prende il nome dalla città protagonista di un fatto di cronaca che risale all’agosto del 1973. Quattro impiegati di una banca di Stoccolma vennero presi in ostaggio nel corso di una rapina e tenuti in prigionia per una settimana. Una volta fuori, i sequestrati non testimoniarono contro gli imputati, ma, attraverso le loro dichiarazioni, espressero comprensione per quanto avvenuto.

Più che una patologia, in psicologia viene definita uno stato psicologico. Gli esperti descrivono la sindrome di Stoccolma come un esempio di legame traumatico; per definizione, i legami traumatici sono i legami fra due persone, in cui una di queste gode di una posizione di potere nei confronti dell’altra, la quale diviene vittima di atteggiamenti aggressivi e di altri tipi di violenza.

Si ritiene che la persona abusata percepisca la propria vita come strettamente dipendente dal carnefice, nei confronti del quale sviluppa un forte attaccamento, nel tentativo di evitare la morte. E’ un atteggiamento inconscio, che replica sotto molti aspetti il quadro di totale dipendenza che si crea fra madre e neonato. Per questa ragione, gli psicologi definiscono la Sindrome di Stoccolma come una regressione.

La sindrome di Stoccolma è più frequente nelle donne, nei bambini, nei prigionieri di guerra e nei prigionieri dei campi di concentramento. Secondo l’FBI l’8% circa dei casi di sequestro di persona è caratterizzato dal fenomeno della sindrome di Stoccolma.

La Sindrome di Stoccolma è un’espressione dell’istinto di conservazione dell’uomo, che lo spinge a creare un’ alleanza con colui che può decidere del suo destino.